03/01/2026
La raccolta poetica di Giovanni Cipollone, che inaugura il catalogo 2026 della casa editrice Selvaggio Edizioni, rappresenta un esordio toccante e profondamente personale. Scritti tra il 2018 e il 2024, questi versi nascono in un periodo segnato da due prove esistenziali: la pandemia da Covid-19 e il progredire della malattia neurodegenerativa del Parkinson, diagnosticata all'autore nel 2016. Come spiega nella premessa, Cipollone trasforma l'immobilismo fisico imposto da decreto e patologia in un viaggio interiore: la poesia diventa strumento di esorcismo contro il pessimismo, riscoperta delle "piccole cose" e affermazione di un "languido ottimismo" di fronte alla fragilità della vita. La sezione iniziale, "Le origini ed altre storie", è il cuore pulsante della raccolta. Qui il poeta Cipollone evoca con intensa nostalgia le radici contadine nel Matese (luoghi come Gallo Matese e Campofigliuolo), dipingendo un mondo rurale fatto di sudore, aratri, buoi al giogo, odori di stalla, fieno e pane caldo. Poesie come "Lasciatemi là" esprimono il desiderio di tornare alla terra natia persino nella morte – "Avvolto in lenzuolo bianco di calce, / su pira combusto con il cimiero" – per ricomporsi nei profumi ancestrali. In "La mia stirpe", l'autore si proclama erede di una catena di mestieri antichi: aratro, incudine, falce, zappa, arcolaio, ascia, macina. È una celebrazione della tenacia sannita, con echi di un'Italia agricola scomparsa, intrisa di fatica e armonia con la natura. Lo stile è classico: endecasillabi e settenari, rime alternate o baciate, un linguaggio ricco di termini dialettali e sensoriali (profumi di spigonardo, mentastro, barbasso). La natura non è mero sfondo, ma protagonista viva: rovi, prugnoli, faggi, rivi torti, farfalle e grilli animano un eden contadino minacciato dal tempo e dall'abbandono. Inevitabili i confronti con grandi poeti italiani che hanno cantato la terra e le origini. Giovanni Pascoli, maestro del ricordo infantile e della vita rurale, riecheggia fortemente: come in Myricae o nei Primi poemetti, Cipollone celebra il lavoro dei campi, i suoni del bosco e la nostalgia per un mondo perduto. Si pensi a "Nei campi" di Pascoli, dove i contadini sono figure eroiche e silenziose, simili alla "stirpe dell’aratro" di Cipollone. Meno simbolista e più diretto di Pascoli, Cipollone si avvicina anche a Giacomo Leopardi per il tema del rimpianto e della natura come rifugio (si veda "A Gallo Matese", con la sua "ferita lacerante" della partenza), o a Eugenio Montale per l'essenzialità descrittiva, pur senza il pessimismo ligure. Rispetto a poeti contadini novecenteschi come Rocco Scotellaro o Pier Paolo Pasolini, manca la denuncia sociale esplicita: qui domina l'intimità personale, il riscatto privato attraverso la memoria. La forza della raccolta sta nella sincerità: non è poesia accademica, ma testimonianza viva di un uomo che, "costretto", "rivive" con la mente e esorcizza la malattia. Emerge un messaggio di resilienza: nonostante il Parkinson e l'isolamento pandemico, "la vita va vissuta in pienezza". Le altre sezioni (affetti, passioni, facezie, gioia) promettono di ampliare questo percorso, ma già dalla prima parte si intuisce un'opera che tocca corde profonde. In un'epoca di versi frammentati e urbani, Cipollone offre un ritorno alle radici, un inno alla natura e alla stirpe contadina che sa di antico e, allo stesso tempo, di universale. Una voce autentica, da accogliere con emozione: un esordio che onora Selvaggio Edizioni e arricchisce la poesia italiana contemporanea.