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15 FEBBRAIO 2025DIFFICILE DIVORZIO TRA LE DUE SPONDE DELL’ATLANTICO La conferenza di Monaco non è la fine della Nato. Ba...
15/02/2025

15 FEBBRAIO 2025

DIFFICILE DIVORZIO TRA LE DUE SPONDE DELL’ATLANTICO

La conferenza di Monaco non è la fine della Nato. Basta che i Paesi Ue paghino di più per la difesa restando i migliori clienti del complesso militar industriale israelo-americano

di Alberto Negri

A Monaco gli americani le hanno sparate grosse. Vance, il vice di Trump, si è spinto da affermare che in Europa la libertà «è in ritirata» e che «i valori tra le due sponde dell’Atlantico non sono più condivisi». Cosa per altro riconosciuta con amarezza dal presidente tedesco Steinmeier: «La nuova amministrazione americana ha un diverso modo di vedere il mondo rispetto noi. Non ha riguardo per le regole stabilite, la partnership e la fiducia». Insomma tra le due sponde dell’Atlantico stanno per cominciare le pratiche di separazione ma, come spesso avviene, gli interessi prevalgono sulle passioni e complicano i divorzi.

La conferenza di Monaco sulla sicurezza non è la fine della Nato. Basta pagare. E perché mai dovrebbe esserlo? I Paesi dell’Alleanza atlantica non spendono per la difesa quanto vorrebbe Washington (il raddoppio della spesa europea al 5% del Pil) ma restano comunque i migliori clienti del complesso militar-industriale israelo-americano.

Certo Vance in Baviera ha strapazzato gli alleati ma non si ammazza la gallina europea che fa le uova, pronta comunque ad acquistare sempre più armi dagli Usa. L’anno scorso, per esempio, la Nato ha portato da 40 a 50 miliardi di euro le spese in armamenti per l’Ucraina: la maggior parte dei contributi sono venuti proprio dagli stati europei e le commesse per l’industria militare americana sono state, al solito, notevoli.

Non è da oggi che l’Europa è un vassallo degli Stati uniti e questo certamente non cambierà domani neppure con Trump. Anzi. La prospettiva per Trump è quella di vendere sempre più gas liquido agli europei e di farlo passare anche attraverso le pipeline dell’Ucraina che prima portavano il gas russo.

In poche parole il presidente americano e i suoi esattori hanno in mano due bollette in scadenza: quella della difesa e un’altra per l’energia. Un megawatt ora di gas in Europa costa oggi oltre 40 euro, negli Stati uniti 7: e così si sistema anche la competizione industriale tra le due sponde dell’Atlantico. Poi tra un po’ arrivano anche i dazi e con questo Trump liquiderà la questione europea, considerata come una noiosa perdita di tempo che assorbe energie al dossier più spinoso, ovvero la Cina. Quanto al Medio Oriente lì ci pensa Netanyahu, il quale strangolando gli aiuti a Gaza prepara un inverosimile futuro da resort di lusso per la Striscia. E anche su questo – ancora peggio che sull’Ucraina – gli europei non hanno niente da dire. Persino pronunciare la formula “due popoli due stati” verrà percepito pure qui come una vera e propria presa in giro.

Certo da Monaco non arrivano buone notizie né per l’Europa né per l’Ucraina. Ma lo sapevamo già. Mentre Trump e Putin aprivano con una telefonata le trattative sull’Ucraina, il nuovo segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, dichiarava che l’Europa non può più fare affidamento sugli Stati uniti per la propria difesa, avvertendo che Washington non sarà più il principale garante della sicurezza del continente. Naturalmente è vero solo in parte visto che nessuno, per ora, mette in discussione un apparato bellico che fa leva sulle testate nucleari. Ma tutto fa gioco all’amministrazione Trump per agitare le acque e far credere che la Nato è in liquidazione, una manovra per estorcere ancora più denaro agli europei.

A Monaco ci si è messo pure Zelesnski ad alimentare il clima di smarrimento, affermando che, senza garanzie di sicurezza, Putin potrebbe attaccare la Nato l’anno prossimo. I russi, ha detto, «possono andare avanti in Ucraina, oppure andranno in Polonia o nei Paesi Baltici», con la differenza che però questi ultimi sono membri della Nato con tutte le conseguenze del caso. Ma ormai Zelenski dice la qualunque perché ha capito che Trump, pur di chiudere la partita ucraina, sarebbe pronto anche a consegnare la sua testa a Putin, anche se firma l’accordo con gli Usa sulle terre rare.

Del resto il disorientamento degli ucraini e degli europei è comprensibile. Trump non aveva avvertito nessuno della sua iniziativa con Putin. Non aveva sentito gli ucraini, i diretti interessati, che hanno scoperto tutto soltanto dopo la conversazione con Putin, e gli europei sono stati lasciati totalmente ai margini.

Trump porta avanti una politica imperiale perché questa è la natura del suo secondo mandato, come ormai risulta chiaro a tutti. Il presidente americano vuole trattare direttamente con Putin le sorti dell’Ucraina e anche eventuali garanzie di sicurezza, così come intende negoziare direttamente con il leader cinese.

La sua preferenza per i dittatori appare evidente, così come è palese il suo fastidio per le democrazie che considera imbelli e inconcludenti.
Ma questo è anche il momento della verità per l’Europa, per trovare alternative agli Stati uniti – che non siano la guerra – e alla visione del mondo di Trump basata su un’unica superpotenza. Altrimenti saremo ancora più vassalli di prima.

15/02/2025
Proteggiamo il SUOLOdi Giovanni Storti
15/02/2025

Proteggiamo il SUOLO
di Giovanni Storti

«Buttate giù il muro di protezione dall'estrema destra». Il vice presidente Usa Vance arriva in Germania e fa un comizio...
15/02/2025

«Buttate giù il muro di protezione dall'estrema destra». Il vice presidente Usa Vance arriva in Germania e fa un comizio contro l'Europa: «Immigrazione e perdita dei valori sono le vere minacce». E a dieci giorni del voto tedesco fa un appello a collaborare con i neonazisti

15 FEBBRAIO 2025GUERRA IN UCRAINA UCRAINA, CON l’APERTURA DI TRUMP ORA IL RE È N**O di Domenico GalloLa telefonata fra P...
15/02/2025

15 FEBBRAIO 2025

GUERRA IN UCRAINA

UCRAINA, CON l’APERTURA DI TRUMP ORA IL RE È N**O

di Domenico Gallo

La telefonata fra Putin e Trump segna una svolta nel conflitto Russia-Ucraina perché apre la strada del negoziato finora testardamente esclusa da tutti i cantori della guerra e, addirittura bandita da Zelensky per legge. Che il negoziato sia stato aperto da un colloquio diretto e che Zelensky sia stato solo “informato”, è la conferma che l’Ucraina ha condotto una guerra per procura per conto degli Usa e della Nato. In questa guerra gli ucraini hanno fornito il sangue, hanno mandato al massacro la propria gioventù; tutto il resto, l’addestramento delle truppe, le armi, le munizioni, la direzione strategica è stato fornito dall’alleanza occidentale. Il cambiamento di rotta è stato certificato dal nuovo Segretario alla Difesa Pete Hegseth che, aprendo la riunione del Gruppo di contatto per l’Ucraina in ambito Nato, ha demolito i due assi portanti che hanno ispirato la politica Nato e Ue e alimentato la guerra.

La strategia bellica perseguita dalla Nato e dall’Unione europea è stata efficacemente illustrata da numerose risoluzioni del Parlamento europeo, a partire dal 6 ottobre 2022. Il Pe ha chiarito che l’“aiuto fraterno” accordato all’Ucraina, mediante la fornitura di sistemi d’arma di ogni tipo, mirava a consentirle di “riacquisire il pieno controllo di tutto il territorio entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale” (vale a dire anche la Crimea e il Donbass). In una risoluzione del 16 febbraio 2023, il Parlamento europeo ribadiva che: “L’obiettivo principale dell’Ucraina è vincere la guerra contro la Russia, intesa come la capacità dell’Ucraina di spingere al di fuori del proprio territorio riconosciuto a livello internazionale tutte le forze russe e i loro associati e alleati”.

Il 29 febbraio 2024 il Parlamento europeo rilanciava l’obiettivo della “vittoria” e precisava che esso poteva essere conseguito “solo attraverso la fornitura continua, sostenuta ed in costante aumento di tutti i tipi di armi convenzionali all’Ucraina.” Il 17 luglio 2024 il Parlamento europeo dichiarava “irreversibile” il percorso di adesione dell’Ucraina alla Nato.

Quest’indirizzo veniva confermato, da ultimo, con una Risoluzione del 28 novembre 2024. Il 12 febbraio Hegseth ha rovesciato i dogmi che hanno guidato fin qui il partito unico della guerra con due osservazioni fulminanti. Primo: “Dobbiamo iniziare a riconoscere che il ritorno ai confini dell’Ucraina precedenti il 2014 è un obiettivo irrealistico”. Secondo: “Gli Stati Uniti non credono che l’adesione alla Nato per l’Ucraina sia un risultato realistico di una soluzione negoziata”.

Se questo deve essere l’esito realistico, la guerra non doveva neppure scoppiare perché è la questione dell’allargamento della Nato all’Ucraina che ha costituito il casus belli, come riconosciuto dallo stesso Segretario generale della Nato. Infatti, nel corso di una audizione al Parlamento europeo, il 7 settembre 2023, Stoltenberg/Stranamore, ha ammesso che la Russia voleva trattare, precisando che il blocco di ogni ulteriore allargamento della Nato “era una condizione preliminare per non invadere l’Ucraina”.

Ebbene, pur di poter piantare la bandierina della Nato in Ucraina, gli Usa e gli stolti leader europei, hanno preferito la guerra al negoziato e se ne sono pure vantati. Che l’obiettivo di ripristinare manu militari i confini dell’Ucraina precedenti al 2014 fosse impossibile da realizzare, lo avevano riconosciuto i massimi esperti di guerra, in particolare il Capo di Stato Maggiore americano, il gen. Mark Milley, che già nel novembre del 2022 aveva considerato che “nessuna delle due parti, né Ucraina né Russia, era in grado di vincere la guerra” e aveva ammonito che, “il conflitto poteva concludersi soltanto attraverso un tavolo negoziale”.

Sono passati due anni e mezzo, trenta mesi di inutili combattimenti sanguinosi che hanno provocato oltre un milione di morti, mentre stolidamente la Nato, i vertici Ue, i partiti politici, si sono incaponiti ad alimentare la guerra attraverso sempre nuove forniture di armi, spingendo l’Ucraina a combattere fino all’ultimo uomo con il miraggio della vittoria promessa, senza minimamente interrogarsi sui costi umani di questa politica f***e.

Da ultimo il 21 gennaio, motivando il voto a favore del decreto armi, il sen. Graziano Delrio, ha rivendicato per il Pd – senza vergogna – il primato nella politica di sostegno alla guerra. Nella fiaba I vestiti nuovi dell’imperatore di Hans Christian Andersen, un bambino svela un imbroglio che tutti i cortigiani facevano finta di non vedere lanciando il grido: il Re è n**o.

Le parole del Segretario alla Difesa americano, non ci dicono nulla che non sapessimo già ma svelano l’inganno costruito dai camerieri della Nato ai vertici delle Nazioni europee e dell’Unione europea e ci rivelano l’indecenza e la disonestà di una politica fondata sul miraggio di una vittoria promessa, che tutti sapevano irrealizzabile. Il Re è n**o.

15 FEBBRAIO 2025IL CASOLibro FdI, il Fatto al Garante: “Chat di rilevanza pubblica”SEIF - Come rispondiamo al provvedime...
15/02/2025

15 FEBBRAIO 2025

IL CASO

Libro FdI, il Fatto al Garante: “Chat di rilevanza pubblica”

SEIF - Come rispondiamo al provvedimento dell’Autorità su “Fratelli di chat”

DI FQ

La Società Editoriale Il Fatto Spa ha ricevuto il provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali del 12 febbraio 2025, avente a oggetto le chat, pubblicate nel libro Fratelli di chat a firma del nostro giornalista Giacomo Salvini. Il provvedimento è stato adottato, si legge, “a seguito delle doglianze pervenute”, alle “molteplici istanze, anche nella forma di reclami, pervenute all’Autorità da parte anche dagli interessati, ivi compresi taluni parlamentari”. Se ne prende atto anche se, al momento, è impossibile replicare, non avendo avuto copia delle accuse non disinteressate mosse da parlamentari, si immagina, protagonisti della chat e da altri.

Il Garante, pur citandole, non ha ritenuto infatti di darne copia a SEIF che, così, si trova di fatto condannata e intimata a non trattare più quei dati senza neppure conoscere le accuse.

Solo quando, fatta istanza di accesso, potrà prenderne visione, replicherà e impugnerà il provvedimento davanti al Tribunale, fin da ora escludendo di poter rinunciare a ristampare il libro che tanto successo sta riscuotendo.

Una tale decisione sarebbe in contrasto con la stessa attività imprenditoriale della società che pubblica libri per venderli, ma soprattutto con la libertà di stampa a tutela della quale l’art. 21, comma 3 della Costituzione impedisce persino all’autorità giudiziaria di sequestrare in via preventiva e cautelare un libro, persino ove integri estremi di reato. E quella inibitoria, ove dovesse essere interpretata come divieto di ristampa, sarebbe una forma di sequestro preventivo.

La stessa Autorità annuncia di riservarsi, a istruttoria conclusa, di decidere se adottare o meno “ogni provvedimento ritenuto opportuno”: pur essendo quello inviato meramente interlocutorio, sebbene prenda chiara posizione a favore dei reclamanti, l’avvertimento con cui si chiude finisce per preannunciare gravi conseguenze, ben potendo il Garante infliggere anche sanzioni pecuniarie assai elevate, capaci di decretare la morte di una piccola Società editoriale.

Intanto SEIF ribadisce che la selezione delle chat da pubblicare in Fratelli di chat è stata accurata, fino alla rinuncia a includere conversazioni in qualche misura private, certo appetibili, a favore di quelle che sono apparse e che sono di squisito rilievo politico, come dimostrano le conseguenze che la loro diffusione sta provocando nella maggioranza: può forse il Garante pensare che non sia politicamente rilevante sapere quel che Giorgia Meloni pensa davvero del suo vicepremier Matteo Salvini, al di là degli interventi pubblici? O quale sia la sua reale posizione sulla guerra in Ucraina e sull’amministrazione americana? O quella del ministro della Difesa Guido Crosetto sul potere della magistratura e sul Presidente della Repubblica? Le chat svelano il livello di ipocrisia e di opportunismo che si nasconde dietro molte esternazioni pubbliche di numerosi componenti dell’attuale maggioranza di governo. Le conversazioni che abbiamo pubblicato, omessi gli epiteti, pure numerosi, e i contenuti critici troppo forti e offensivi (soprattutto nei confronti di Matteo Salvini), stando attenti all’essenzialità delle informazioni che abbiamo selezionato, ci sono state consegnate in copia da chi partecipava alle chat e ha ritenuto giusto far sapere quel che i colleghi di partito pensano davvero, al di là delle posizioni ufficiali.

Quindi nessun accesso abusivo. Abbiamo ritenuto fosse giusto che l’opinione pubblica fosse informata dei reali rapporti fra le forze politiche della maggioranza. La scelta dei testi delle chat da riportare nel libro è stata guidata da un solo criterio: il diritto di cronaca e l’interesse pubblico delle informazioni, che sono state pubblicate secondo il principio dell’essenzialità, non potendo essere in alcun modo sintetizzate, come auspicherebbe il Garante. Come si sintetizza, di grazia, quella definizione icastica e secca sul ministro Salvini – “bimbominkia” – che in tanti hanno commentato?

Stiano tranquilli i parlamentari che hanno firmato i reclami e l’Autorità Garante: non sono previsti a oggi “ulteriori trattamenti dei dati personali contenuti nelle chat”, cioè la diffusione di altre conversazioni: quel che c’era da sapere si è saputo.

15 FEBBRAIO 2025BEGLI AMICI di Marco Travaglio Fra le vedove di guerra che strillano come prefiche e lacrimano come sali...
14/02/2025

15 FEBBRAIO 2025

BEGLI AMICI

di Marco Travaglio

Fra le vedove di guerra che strillano come prefiche e lacrimano come salici perché in Ucraina si rischia la pace, svettano per comicità Vittorio Emanuele Parsi, che è un po’ il Nostradamus dei nostri tempi, e per illogicità Paolo Mieli, noto storico.

Parsi – quello che “Putin non mangia il panettone”, “la Russia è isolata nel mondo” e “vince l’Ucraina” – spiega a Trump quali sono gli “interessi americani” perché lui li conosce bene, mentre il presidente americano è “poco informato”: infatti “Putin porta a casa tutto quello che vuole”.

Sfugge all’informatissimo Parsi (insegna addirittura all’università) che Putin, se porta a casa qualcosa, è perché ce l’ha già e l’ha pure annesso in tre anni di guerra che, per l’informatissimo Parsi, la Nato avrebbe vinto a mani basse e invece purtroppo ha perso a rotta di collo.

Mieli ce l’ha con l’Ue e Biden perché non sono stati abbastanza guerrafondai: “Hanno gareggiato nel consegnare in ritardo gli aiuti all’Ucraina, hanno sempre cercato pretesti per non pagare la quota dovuta” (dovuta in base a non si sa quale norma, visto che Kiev non è né Ue né Nato).

Siccome Ue e Nato hanno scucito all’Ucraina circa 320 miliardi di dollari in tre anni, sarebbe interessante sapere quanti avrebbero dovuto buttarne per sconfiggere la prima potenza nucleare: 500, mille, 10 mila?

Se questi storici studiassero almeno la cronaca, saprebbero che la fase di massimo e puntualissimo riarmo ucraino fu la famosa controffensiva primavera-estate 2023, spacciata dai Parsi e dai giornaloni come risolutiva per liberare i territori occupati (metà Italia) e finita con più conquiste dei russi sulla difensiva che degli ucraini all’offensiva. Al prezzo di 100 mila morti e mutilati ucraini in sette mesi.

Dopo la disfatta, Ue e Usa iniziarono a centellinare gli aiuti perché avevano le casse e gli arsenali vuoti. Ma la guerra era già strapersa, come peraltro lo era dal primo giorno, vista l’indisponibilità di Usa, Nato e Ue a inviare truppe e scatenare la guerra mondiale atomica.

Fra l’altro uno storico dovrebbe sapere che Trump non ha inventato nulla: quella di usare, spremere fino al midollo, mandare al macello e poi scaricare l’“alleato” di turno è una vecchia usanza degli Usa. Per informazioni, rivolgersi a Vietnam, Balcani, Afghanistan, Iraq, curdi, Libia e “primavere arabe”: prima spinti alla guerra, poi lasciati soli a seppellire i morti, a raccogliere i cocci e a pagare il conto. Ora tocca agli ucraini e alla Ue. In attesa del prossimo gonzo che ci casca.

Ps. Paragonando la Russia al Terzo Reich e scordandosi i 28 milioni di morti sacrificati dall’Urss per sconfiggere il Terzo Reich, Mattarella è riuscito nella mission impossible di far passare dalla parte della ragione la portavoce russa Zacharova. Geniale.

15 FEBBRAIO 2025C'È L' INFLAZIONE SI AUMENTANO I VITALIZI FINO A 800€ AL MESE  Lo rivuole pure Galan - Incrementi medi d...
14/02/2025

15 FEBBRAIO 2025

C'È L' INFLAZIONE

SI AUMENTANO I VITALIZI FINO A 800€ AL MESE

Lo rivuole pure Galan - Incrementi medi di 500 euro agli ex consiglieri regionali da Bubbico a Cuffaro, da Bersani a Mantovani

Di Lorenzo Giarelli e Ilaria Proietti

Se il costo della vita galoppa e il governo fa poco per limitarlo, tocca alle Regioni metterci una pezza. Certo non per tutti, ma almeno per una categoria di ‘fragili’ troppo spesso dimenticata: gli ex consiglieri regionali, specie quelli che, a dispetto delle varie riforme del vitalizio, hanno mantenuto il diritto a incassare gli assegni stellari di un tempo. Migliaia e migliaia di euro al mese ulteriormente gonfiati grazie a un’aggiuntina provvidenziale che vale oro. “Adeguamento all’inflazione”, dicono. Avercene.

Premessa necessaria, prima di avventurarsi tra i casi più clamorosi. La mappatura è per forza incompleta: molte Regioni (come la Puglia) non hanno ancora fornito i dati con l’aggiornamento Istat per il 2025. Altre (come il Piemonte) non consentono un raffronto con gli anni precedenti, altre (come la Calabria) ancora hanno i dati fermi al 2023 e per giunta, in barba alla trasparenza, gli importi si riferiscono non ai nominativi degli ex consiglieri ma alle loro anonime matricole. Ma pure col materiale a disposizione non mancano leccornie.

A partire dall’Emilia-Romagna. Dove tra i maggiori beneficiari c’è Enrico Aimi, ex senatore di Forza Italia oggi componente del Csm: negli ultimi due anni il suo assegno è passato dai 4.203 euro lordi del 2022 ai 4.544 del 2023 e, infine, ai 4.789 del 2024. Un bel +14 per cento complessivo, con 245 euro al mese in più nell’ultimo anno (+5,3 per cento sul 2023). Dal 2022 rientra nella categoria anche l’ex parlamentare Pier Luigi Bersani: in Regione ha maturato un vitalizio da 4.974 euro, già lievitato rispetto ai 4.365 del 2022 e ai 4.719 del 2023 (+255 euro al mese in un anno).

Niente male anche in Umbria: negli ultimi due anni gli assegni sono volati in media del 13 per cento, di cui oltre il 4 per cento nel 2024. Il più ricco è Maurizio Rosi, salito da 7.352 euro a 7.749 soltanto nell’ultimo anno, un po’ come l’ex collega Massimo Mantovani passato da 6.790 euro lordi mensili a 7.346. Tradotto fanno 556 euro al mese in più.

L’inflazione fa la gioia anche del Molise o meglio dei politici titolari di vitalizio (78 beneficiari diretti e 25 in reversibilità). Dall’ultimo aggiornamento risulta che l’ex presidente della provincia di Campobasso nonché consigliere regionale Rosario de Matteis percepisce attualmente 6.380 euro al mese così come l’altro consigliere di lungo corso Antonio Di Rocco: entrambi nel 2023 percepivano invece 6.053 e nel 2022 ‘solo’ 5.389 al mese. Niente male anche l’incremento registrato negli ultimi due anni dall’assegno dell’ex presidente della regione Enrico Santoro: da 4.985 a 5.680 euro mensili.

Stesso spartito in Basilicata che spende per i vitalizi e gli assegni di reversibilità oltre 3,7 milioni di euro all’anno per coprire le spese dei 73 beneficiari di vitalizio diretto e per i 28 eredi. L’assegno più ricco è quello di Carlo Chiurazzi che si attesta a quota 6.855 euro al mese e che nel 2022 era di 6.139. Incrementi pesanti nel biennio anche per l’ex governatore Filippo Bubbico passato da 5.238 al mese nel 2022 a 5.850 euro nel 2023 e per l’altro consigliere pure lui ex parlamentare Mario Lettieri il cui assegno è lievitato da 4.911 a 5.484 euro mensili.

In Abruzzo godono dei vecchi vitalizi quasi 140 beneficiari, anche politici in piena attività visto che non esiste incompatibilità con altri emolumenti regionali e nemmeno con lo stipendio o il vitalizio da parlamentare. Per questo percepisce l’assegno anche l’attuale assessore regionale alla Salute Nicoletta Verì. L’attuale presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Nazario Pagano, che è stato presidente del consiglio regionale percepisce attualmente 4.350 euro al mese a fronte dei 3.720 al mese dell’anno precedente. L’ex consigliere Giuseppe Tagliente è passato da 5.000 euro al mese del 2022 agli attuali 5.800, Mario Amicone da 4.541 a 5.300. Un’altra conoscenza della politica nazionale, Stefania Pezzopane ha visto lievitare il vitalizio della regione da 3.568 euro al mese a 4.066.

E che dire del Friuli? Nell’esercizio finanziario 2025 la spesa per i vitalizi è prevista a quota 8,2 milioni in aumento di 240 mila euro rispetto all’anno precedente per i nuovi tre consiglieri che hanno maturato il diritto all’assegno ma anche per l’adeguamento all’inflazione del 2%

Poi ci sono altre Regioni con balzelli più contenuti. È il caso della Toscana, dove l’aumento è senza fretta ma senza posa. L’ex parlamentare Pri e poi Pd Stefano Passigli, per dire, nel 2022 si portava a casa 5.424 euro al mese, nel 2023 è salito a 5.478 e nel 2024 è arrivato a 5.516.

Brindano gli ex anche in Campania dove gli importi dei vitalizi, come in altre regioni, sono registrati su base annuale. Le spese comunque volano: dall’ultimo aggiornamento disponibile risulta per esempio che Antonio Bassolino è passato da 85 mila a 92 mila euro all’anno come l’altro ex di lusso Antonio Amato. Sempre di 92 mila euro all’anno è la cifra percepita (ma tra vitalizio e indennità differita) dall’ex assessore regionale Pasquale Sommese finito nei guai per un’inchiesta sugli appalti truccati per la quale è stato condannato nel 2023 a sette anni. Restando alle facce note, Mister 100 mila preferenze, al secolo Alfredo Vito percepisce invece un assegno da 52.800 che nel 2022 era di 48 mila euro l’anno.

Il Paperone dei vitalizi delle Marche è invece Pietro Marcolini: nel 2024 ha percepito un vitalizio di 71.000 euro che nel 2022 era stato di 62.138 esattamente come l’impennata dell’assegno dell’altro ex assessore Lidio Rocchi. Sul podio anche l’ex presidente della regione Rodolfo Giampaoli, il cui vitalizio è passato in due anni da poco più di 60 mila euro a 68.635 all’anno.

Anche le regioni che non pubblicano gli importi che spettano ai singoli ex danno soddisfazioni. La Sicilia per dire paga ogni mese 1,5 milioni per i vitalizi, che fa quasi 18 milioni all’anno (la spesa era stata invece di 16 milioni e 350 mila nel bilancio 2022). Inutile dire che si tratta di assegni da mille a maggior ragione nel caso dell’ex governatore Totò “Vasa Vasa” Cuffaro che, passate le disavventure giudiziarie, può ora godersi il vitalizio maturato durante le quattro consiliature al suo attivo. Inutile dire che sperano anche Roberto Formigoni in Lombardia (che ha comunque già riavuto il vitalizio dal Senato) e Giancarlo Galan in Veneto. Quest’ultimo ha fatto ricorso per ottenere lo stesso trattamento riservato al suo ex assessore Renato Chisso anche lui travolto dallo scandalo Mose: Chisso gode oggi di un assegno regionale mensile di 5.426 euro al mese. Alla faccia di condanna e annessa confisca che non gli intacca più il vitalizio. Cin!

14/02/2025

Ma voi avete capito quanto sia un pupazzo Matteo Salvini?
Per non usare il termine che i suoi colleghi di maggioranza gli hanno attribuito in alcune chat…
È dal 2022 che ripete che i lavori del Ponte Sullo Stretto “stanno per partire”, l’ultima promessa era che dovevano partire nell’estate del 2024, giusto giusto per le europee, ma, ovviamente, nulla è andato come prevedeva lui.
Oggi è il 14 febbraio 2025 e del ponte non c’è neanche l’ombra. Anzi, la notizia di oggi è che il ponte non ha l’Autorizzazione ambientale perché il Ministro dell’ambiente Fratin non vuol firmare il decreto conclusivo della Via-Vas, la Valutazione d’impatto ambientale/ambientale strategica.

Va beh ma cosa c’è aspettarsi da Salvini direte voi. Ma scusate, e Meloni? Di cui Salvini è vice premier? Meloni ha addirittura più responsabilità perché se Salvini è lì è per sue volontà.
Dobbiamo ricordare alla gente che se votano Meloni votano indirettamente quel pupazzo di Salvini.
Poi non dite che non ve lo avevo detto…

14/02/2025

Tavolo delle Idee, Rende guarda avanti 💡

Il percorso tracciato in questo incontro ha portato a una netta presa di distanza dalle politiche portate avanti negli ultimi dieci anni dal centrodestra e da chi ha sostenuto l’amministrazione Manna. Non si tratta semplicemente di costruire una grande intesa a sinistra, ma di affermare una visione politica che allontani da Rende l’ombra del commissariamento e della gestione privatistica dei beni comuni.

I tempi sono maturi per un nuovo inizio, che coniughi innovazione e concretezza, per restituire alla città una buona amministrazione capace di rispondere alle reali esigenze della comunità. Il Tavolo delle Idee è stato solo il primo passo: ora è il momento di trasformare il dialogo in azione per costruire insieme il futuro di Rende.

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https://www.cosenzapost.it/tavolo-delle-idee-m5s-rende-guarda-avanti-dialogo-schietto-e-visione-progressista/
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Gruppo Territoriale M5S Rende

14/02/2025
14/02/2025

Taiwan, Pechino avverte gli Washington: "Dagli Usa solo ipocrisia e doppi standard. Basta intromissioni, la pazienza ha un limite*

14/02/2025

È corretto che una scuola pubblica italiana accetti l'invito dell'Amministrazione comunale di portare gli studenti alla presentazione del libro di un politico, sindaco in carica?🤔

Nel mentre, nessuno si è ancora indignato e i giornalisti non hanno ancora scritto nulla.

I genitori dei nostri allievi, su questo che idea hanno?

Chiederò lumi all'ufficio scolastico regionale calabrese...

Don Milani ed i suoi studenti

14/02/2025
14/02/2025

Hanno perso la bussola.

14/02/2025

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