18/01/2025
Ero in dubbio se entrare o meno in Guinea Bissau, e c'è mancato poco che decidessi di girarle attorno.
Sapevo zero di questo paese. A dirla tutta se, 6 mesi fa, prima di cominciare a preparare il viaggio in Africa, avessi dovuto puntare il dito su una cartina senza nomi, forse avrei sbagliato di un migliaio di chilometri. Non escludo che, colto alla sprovvista, avrei sbagliato anche continente.
E invece...
Dopo la delusione del Senegal, solo parzialmente mitigata da quell'angolo di paradiso sulla foce del Fiume Casamance, che io e la moto abbiamo conquistato a bordo di una barchetta tutta gialla, la Guinea Bissau si sta guadagnando con umiltà e determinazione un posticino nel mio cuore.
Non brilla per nulla in particolare, ma ha tante cose al posto giusto.
Le strade, ad esempio: un amabile disastro. Una quantità di buche difficilmente immaginabile, piccole e ravvicinate che non puoi schivare e ti smontano la moto, o così grandi che fatichi a capire se stai entrando in una buca o stai scendendo da una piccola collina. Talvolta le buche più grandi ospitano al proprio interno varie buche di quelle piccole, che a loro volta ospitano della sabbia, che al mercato mio padre comprò.
E la polvere poi. Ah... quella stessa terra che nella stagione delle piogge dà vita a un fango micidiale, ora che è asciutta la ritrovi ovunque sotto forma di polvere. Nell'aria, nei vestiti, tra le dita dei piedi, in ogni meandro della moto... Non ha ancora quel sensuale color ocra rossa della terra nello Tsavo o della sabbia del Wadi Rum, ma ci si avvicina e fa già molto Africa.
Bissau, una capitale africana anomala, garbata, tranquilla, quasi pulita, con i suoi edifici bassi e colorati in stile coloniale, decadenti il giusto, talvola piu del giusto, ricorda vagamente L'Avana. Piuttosto vagamente.
Ci arrivi da uno sterrato che ha messo KO gli ammortizzatori della moto e ti ritrovi all'improvviso su una strada a 3 corsie per carreggiata nuova di pacca, con i lampioni e tutto il resto. Ti aspetti da un momento all'altro che arrivino il traffico infernale e il sudiciume della periferia di Dakar, e invece niente. In 10 minuti sei in centro, con i cestini per l'immondizia lungo i marciapiedi e la gente che sorseggia il cappuccino ai tavolini di una pasticceria.
E 4 dita di polvere a bordo strada.
La corrente va e viene. Più va che viene. E i negozi si fermano, i bancomat vanno off line, la catena del freddo nei frigo e congelatori va a donnine allegre, e tu che dovevi stampare dei documenti, prelevare i soldi e fare un po' di spesa, ti ritrovi a fare il gioco dei quattro cantoni: bancomat-copisteria-bancomat-supermercato-copisteria-bancomat, sperando che almeno uno torni operativo e ti tenga occupato una mezz'ora mentre gli altri via via ripartono.
Dopo 2 ore che giri a vuoto, la guardia davanti alla banca ormai ti riconosce e fa di no da lontano con la testa, così tu puoi restare comodamente davanti alla porta della copisteria a fissare le luci sul soffitto con le braccia dietro la schiena, sapendo che, finché sono spente, niente fotocopie e porte scorrevoli del supermercato bloccate.
E con la corrente spesso va via anche l'acqua, sicché se vuoi farti una doccia ti fai andare bene quella nel secchio, inspiegabilmente 10 gradi più fredda di quella del rubinetto. Altrimenti ti tieni addosso la polvere.
Uno degli highlights della Guinea Bissau, oltre alle buche, sono le isole dell'arcipelago Bijagos. Una ventina di isole tropicali, le più grandi larghe alcune decine di km, le più piccole appena poche centinaia di metri, tutte accomunate da una f***a vegetazione e nomi improbabili.
Sono arrivato al tramonto sull'isola di Bubaque dopo un viaggio della speranza a bordo di una piroga in legno sulla quale erano stati caricati nell'ordine: un camion di blocchetti di cemento, una buona tonnellata di tondini di ferro per cemento armato, un centinaio di casse di acqua, birra e bevande varie, 2 frigoriferi, 1 motocarro a 3 ruote, 2 biciclette, una ventina di passeggeri e 2 cani.
La piroga, non scherzo, si chiamava Esperanza.
Quasi 5 ore di traversata, seduti su spesse assi di legno, con i piedi sospesi a 2m dal fondo dello scafo, visibilmente allagato, tanto che ogni ora due "marinai" si armavano di secchi tirando via centinaia di litri di acqua alla volta.
Per la prima mezz'ora io e i belgi accanto a me siamo rimasti seduti composti, in silenzio, con i giubbotti salvagente addosso e gli occhi puntati sul livello dell'acqua sotto i nostri piedi.
Poi, siccome alla fine ci si abitua a tutto, ci siamo dimenticati che stavamo sfidando la sorte e le leggi della fisica in mezzo all'oceano atlantico, e quindi via i giubbotti, via le infradito, è comparso un karaoke, del vino, ho visto girare anche un paio di canne, non da pesca, e le 5 ore sono volate assieme ai dubbi sulla tenuta della piroga.
In tutto questo la moto è rimasta al Gorila Rooms, dove alloggiavo. Io ho inforcato uno zaino alto poco più di un palmo in cui ho ficcato dentro una serie spero non troppo sconclusionata di robe e mi sono imbarcato senza neanche aver prenotato un alloggio. Per la prima volta da quando siamo partiti a inizio ottobre dormiremo separati.
Domenica o al più tardi lunedì, se la piroga non affonda, torno da lei a Bissau per cominciare a puntare verso dove rimpiangeremo le buche della Guinea Bissau: la Guinea (quella senza Bissau).