
15/01/2025
Furio Colombo 1931-2025
di Alberto Saibene
Furio Colombo riceveva i giornalisti televisivi in una stanza che l’Hotel Plaza, in via del Corso a Roma, gli metteva a disposizione. Ti chiedeva se volevi fargli delle domande o se poteva parlare a ruota libera. Io preferivo fargli delle domande. Le risposte erano sempre impeccabili: l’America dei Kennedy, la guerra in Vietnam, la convention democratica del 1968, i Beatles in India, Bob Dylan e Joan Baez, l’espressionismo astratto o la pop art.
Non c’era mai nostalgia nelle risposte: raccontava al tempo presente. Certo, contava l’abitudine di aver lavorato nella Rai degli esordi con gli amici di una vita come Umberto Eco e Gianni Vattimo, ma la sua era la dote di un comunicatore naturale, di un maestro di ars retorica che sapeva adattare alla contemporaneità.
Furio Colombo – veniva sempre pronunciato con nome e cognome, per distinguerlo da altri Colombo (Emilio, Vittorino…) – aveva lasciato la Rai per lavorare con Adriano Olivetti, che lo assunse all’ufficio del personale. Qui incontrò Ottiero Ottieri, altro storico amico, oltre a tutto il mondo olivettiano, allora al massimo del suo splendore. Era il 1958 e Olivetti aveva appena acquistato la Underwood, la grande azienda di macchine per ufficio americana, per sfruttarne la rete commerciale.
Colombo venne destinato da Adriano negli Stati Uniti, dove reclutò nuovo personale, instaurò rapporti con le università e col bel mondo culturale newyorchese. Divenne ben presto un insider, con la straordinaria capacità di essere sempre al posto giusto nel momento giusto.
Lasciò, come Gianluigi Gabetti, la Olivetti per la Fiat USA, svolgendo per Gianni Agnelli un’attività di informale ambasciatore culturale. Tornò in Italia nel 1994, richiamato da Walter Veltroni. Ambiva a fare il ministro, si ritrovò parlamentare e direttore dell’Unità (un bel salto dagli Hamptons, ma erano cambiati i tempi). Fu un implacabile nemico di Silvio Berlusconi, soprattutto perché aveva calpestato le regole della democrazia liberale, oltre che per una questione di stile.
Si appassionò al lavoro parlamentare, sapendo che in commissione si potevano rovesciare maggioranze in apparenza solide. Aveva la capacità, non appena entrato in un ambiente, di avere l’aria di esserci stato da sempre: poteva valere per il Gruppo 63, per la New York dove Tom Wolfe coniò il termine radical chic (Furio Colombo lo era in purezza), per il mondo culturale italiano dove contava molti amici.
Ebbi a che fare con lui soprattutto per la Olivetti, che negli ultimi anni di vita era diventato un punto di onore della sua carriera (più della Fiat). Raccontava che nei primi tempi fu mandato da Adriano in catena di montaggio e, nell’intervallo, incantava le operaie raccontando a puntate I Promessi Sposi o i romanzi di Dumas.
Non gli sfuggiva tuttavia l’attualità del messaggio di Olivetti: la necessità di creare comunità coese in una società che si atomizza, la dignità del lavoro, l’importanza della ricerca e di unire etica ed estetica.
Solo negli ultimi anni di vita raccontò lo shock delle leggi razziali: aveva 7 anni quando lasciò la classe senza che i maestri dicessero nulla, e si adoperò perché nascesse la giornata della memoria. Bisognava che gli italiani facessero i conti col proprio passato.
Nel suo ultimo concerto romano, Joan Baez – un suo amore giovanile – lo volle omaggiare con una canzone e, in un’intervista di quei giorni, riconobbe che tutto quello che aveva imparato sulla politica e la società lo aveva imparato da lui.
Fu un bravo maestro.