02/03/2025
Nell'era dell'iperconnessione e dell'esposizione costante, la felicità è diventata un imperativo, un traguardo da ostentare sui social media, un filtro da applicare alla realtà. La tristezza, la malinconia, la vulnerabilità sono state relegate nell'ombra, etichettate come difetti da nascondere, debolezze da estirpare.
Abbiamo imparato a indossare maschere sorridenti, a celare le nostre fragilità dietro una facciata di ottimismo forzato. La paura del giudizio, il timore di essere considerati inadeguati ci spingono a negare le nostre emozioni più autentiche, a reprimere le lacrime, a soffocare i sospiri.
Ci siamo assuefatti a una felicità obbligata, a un'euforia artificiale che ci allontana dalla nostra vera essenza. Abbiamo dimenticato che la tristezza è un'emozione umana, un'esperienza universale che ci connette gli uni agli altri. Abbiamo dimenticato che la malinconia può essere fonte di ispirazione, di creatività, di profonda introspezione.
In questa corsa sfrenata verso la felicità a tutti i costi, abbiamo smarrito la capacità di ascoltarci, di accogliere le nostre ombre, di concederci il lusso di essere imperfetti.
Un'illusione di perfezione che ci isola dalla nostra umanità.
Io da tempo ho fatto pace con me stesso. E con i miei lati 'deboli'. Sono loro che alimentano la pancia, gli occhi, il cuore. La fotografia, la musica, le parole scritte, fissate, sono parte di un lungo, lunghissimo viaggio.
E così, tra una fuga e l'altra, ho capito che il viaggio più straordinario è quello dentro di noi. Un viaggio alla scoperta di chi siamo veramente, con le nostre unicità e le nostre peculiarità. Perché in fondo, la felicità più autentica si trova lì: nell'accettazione e nell'amore per noi stessi. Siamo tutti bellissimi, proprio perché diversi.