Domani venerdì' 23 alle 17.15 sarà proiettato al Food Film festival 024 il documentario "Conserva Mara". Ancora una volta il Salento con le sue pratiche millenaria vola a Bergamo in uno dei festival più importanti che tocca il tema della simbiosi tra cinema e cibo.
Ultimo passo di Sacri segni ci porta alla morte della Caremma con una poesia scritta e decantata da Gianni de Santis.
Nella tradizione popolare del Salento, la Caremma (o Quaremma) è un pupazzo di paglia dall’aspetto di una vecchia vestita di nero che simboleggia la Quaresima. Esso viene confezionato con della paglia per ottenere il busto completo di braccia e gambe. Le mani sono costituite da un paio di guanti neri attaccati alle maniche della maglia.
La Caremma, era considerata dai contadini la vedova del Carnevale e faceva la sua comparsa alla fine dei festeggiamenti carnevaleschi. Era vestita di nero in segno di lutto e doveva affrontare la vedovanza con mestizia, dato che il marito l’aveva lasciata in miseria. Doveva lavorare per pagare i debiti e per questo motivo si portava appresso il fuso con la lana e una arancia con sette piume di gallina per tenere il conto delle settimane di privazione fino al giorno della Resurrezione. La Caremma era il simbolo della penitenza quaresimale, il grande cammino interiore della purificazione dal peccato e dagli eccessi del Carnevale. Nella rassegna delle tradizioni popolari del Salento legate al periodo di Pasqua, un posto di prim’ordine spettava alla Caremma, sia per la diffusione nella nostra terra, sia per i tanti significati ad essa attribuiti.
L’aspetto della Caremma rappresentava un simbolo per la nostra terra: era vestita di nero perché in lutto con la morte del Carnevale; nella mano sinistra reggeva il fuso e la lana da filare quale segno della laboriosità del tempo e della vita che trascorreva veloce; nella mano destra, invece teneva un’arancia amara, come la sofferenza, nella quale erano conficcate sette piume di gallina a simboleggiare i sette peccati capitali o le sette settimane che dividevano dalla Pasqua; ogni settimana veniva tolta una piuma sino al Sabato Santo, giorno in cui giorno la Caremma veniva bruciata sopra una focareddha in segno di purificazione, mentre il festoso suono delle campane
Continua la rubrica Sacri Segni con il documentario su undolce tipico pasquale la Cuddhura o Puddricha che affonda le sue origini in epoca pagana in quanto è legata a tradizionali riti che si tenevano in primavera.
Questi rituali pagani sono stati ben presto inglobati dalla tradizione cristiana. Si preparava principalmente nel periodo di Quaresima perché era vietato “ncammarare” o “ncammerare”, cioè non si poteva mangiare carne, uova e formaggio per essere poi consumata il Sabato Santo quando il suono delle campane annunciava la Resurrezione.Ed è diffuso con diverse denominazioni da paese a paese.
Troviamo, infatti, “palomba”, “palummeddra”, “panareddha”, “cuddhura cu l’oe”, “scarcella” e tanto altro. Secondo l’antica tradizione venivano preparate con la normale pasta di pane cui si davano diverse forme: colomba (palummeddra), panierino (panareddha o panarieddhru), galletto(caddhuzzu ) per i maschietti, bambolina( pupa) per le femminucce.
Le origini della “puddicha” il dolce della Pasqua salentina sono diverse, ma quella più attendibile è che la “puddhrica” venisse considerata un simbolo di pace e quindi fosse in netta relazione con il significato della Pasqua Cristiana.
Cuddhura viene dal greco κουλούρα o κουλλούρα, couloúra o coulloúra (in greco antico κολλύρα, kollýra) ossia ‘rotondo’ o ‘spirale’ o dal bizantino kollùra.
Perchè l'uovo sodo. “L’uovo, forse per la sua forma e sostanza molto particolare, ha sempre rivestito un ruolo unico, quello del simbolo della vita in sé, ma anche del mistero, quasi della sacralità”.
Al tempo del paganesimo si credeva che il Cielo e la Terra fossero due metà dello stesso uovo; l’uovo rappresentava ritorno della vita, la fine del’inverno, la rinascita della natura e per questo gli uccelli preparano il nido per deporre le uova.
Il Cristianesimo ha innalzato l’uovo a “simbolo della rinascita dell’uomo, della resurrezione de
La rubrica Sacri Segni inizia con un documentario che narra la devozione verso San Giuseppe tramite la preparazione delle tavole. Il documentario cerca di trovare la connessione onirica tra i devoti e il santo.
Il 19 marzo di ogni anno, sopravvive in alcuni paesi del basso Salento (Minervino di Lecce, Uggiano La Chiesa), l'antico rito delle "tavole di S. Giuseppe". Le tavole vengono preparate con devozione da persone che hanno ricevuto una grazia dal santo. La tavola deve essere preparata nei minimi particolari ed imbandita con piatti tipici della tradizione contadina.
"Il pane non si taglia ma si spezza" è un originale documentario girato a Cerfignano nella casa di una devota per più di un mese sempre a contatto con queste memorabili donne.
Ha partecipato a Collecchio Film Festival nel 2007
Corto e Mangiato 2010
Rassegna internazionale “Vittorio De Seta” del documentario etnografico 2018
Motion graphic per amanò_illustrazionisognanti
Per la settimana santa MCprod propone una rubrica documentaristica dedicata alla ritualizzazione dell'incontro tra il possibile e l'impossibile, all'unione tra cielo e terra, all'incontro tra segni e significati.
Il primo documentario ad aprire questa percorso sarà, "Il pane non si taglia ma si spezza", documentario che tratta la devozione verso San Giuseppe tramite il rito delle tavole di San Giuseppe.
Dopo due anni di produzione e post produzione arriva il documentario "Conserva Mara".
Animazione Bowie per amano_iluustarzionisognanti
Illustrazione Animata per Amanò illustrazionisognanti
Produzione 2023 2024 Animazione Logo per i Crypta